5. Clark, Body Riddle
Clark è come l'ombra del tirannosauro tra le fronde del Jurassic Park di casa Warp, il clone bioingegnerizzato figlio di dieci anni di tecnica e dedizione britannica nel campo della braindance. Un'esperienza di laboratorio. Chris Clark, dopo i suoi primi lavori che hanno accompagnato il revival Warp degli anni duemila, ha amputato il nome di battesimo dalla firma. A livello sonoro, invece, piuttosto che rintanarsi in un minimalismo sordo ha fatto esplodere un'elettronica orchestrale sinuosa e inquieta. Prendendo il titolo come chiave di lettura, Clark ha creato paesaggi frastagliati di percussioni sintetiche e suoni di sogno scavati nella carne viva. Stelle cadenti sulla Monument Valley guidate dal rumore sincopato di Squarepusher e dall'astrattismo di Four Tet.
Clark - Vengeance Drools4. Hot Chip, The Warning
Non di soli LCD Soundsystem è fatta la vita, non di soli canti tribali generazionali e sguardi oltre il bordo del bicchiere di birra, spalle al muro durante una festa. Mentre James Murphy si dava al jogging la fu next big thing di casa DFA impacchettava in carta colorata dell'electro-pop in bilico tra melodie delicate quasi Morr e i dancefloor indiequalcosa. Il divertimento può essere nella gioia della ripetizione compulsiva e nell'ironia rilassata, nei sorrisi più sornioni, in drum machine scassate e in synth squadrati, in innesti inattesi come se piovesse.
Hot Chip - The Warning3. The Knife, Silent Shout
L'algido duo svedese, prima del duemilasei, non era algido come i recensori vorrebbero farci credere. Nonostante i fantasmi degli anni Ottanta e le tute acetate
Deep Cuts, splendido disco, veniva accolto tiepidamente. Il vibrante distacco, le atmosfere gelide e i suoni alieni devono aver fatto il miracolo. Non che nell'armonia e nei timbri la distanza di
Silent Shout dal passato dei Dreijer sia poi notevole, ma quel sovrumano senso di imperscrutabilità, smarrimento e perenne orrore/stupore lo rendono l'equivalente svedese e arboreo del monolito di pietra nera perso nel gelo cosmico.
The Knife - We Share Our Mothers' Health2. TV On The Radio, Return to Cookie Mountain
L'opera seconda dell'ensemble di Brooklyn galleggiava fino a poco tempo fa nelle posizioni basse della classifica. Sono situazioni in cui un disco può finire per trovarsi, quando lo si maneggia con distacco autoimposto e uno sguardo che si ferma alla confezione. È un disco mediocre, mi dicevo, sicuramente non all'altezza di
Desperate Youth, Blood Thirsty Babes ma neppure delle mie più inespresse aspettative, un'involuzione al posto di un'evoluzione. Poi, magnetico com'è il caleidoscopio di doo-wop e distorsioni, ritmiche possenti ed ecletticismo da rocker, ho finito per riascoltarlo e riconoscergli la posizione che merita. Quando non sono solo le orecchie a giudicare ma anche e soprattutto quello che hai dentro, a dispetto della peggiore accoppiata titolo-copertina dell'anno.
TV On The Radio - I Was A Lover1. Joanna Newsom, Ys
Chiunque ha cercato il modo verbalmente migliore di lapidare Joanna Newsom. Tentare di alzarsi in punta di piedi per guardarla dall'alto in basso e imparare a odiarla può diventare di moda. Si può dire che
Ys è pletorico, pomposo, borioso e fuori luogo tra i dischi dell'anno di qualcuno i cui gusti vengono percepiti dall'esterno (e spesso anche dall'interno) come orientati verso suoni più elettronici e climi più cupi. Ma da queste parti
Ys lo si è vissuto come una favola raccontata, passivamente, non importa che questa narrasse o suggerisse mercati rinascimentali e povere anime, foglie umide e luci dal cielo, allegorie e mestruazioni. Ogni squittio, ogni corda d'arpa, ogni linea d'archi di un simile capolavoro autocontenuto e autocompiaciuto, al di là dell'apparire pretenzioso, è stato puro incanto.
Joanna Newsom - Emily