24 dicembre 2006

Il resto del duemilasei

Avevo espresso il mio totale dissenso dalle scelte espresse dai redattori di Pitchfork, specialmente per quel che riguardava le prime posizioni. Poi, dopo aver pubblicato le mie scelte, la stessa persona con cui si malignava su Pitchfork mi ha fatto notare che i miei primi tre dischi dell'anno sono gli stessi scelti dai tipi col forcone. In un ordine diverso ma pur sempre gli stessi. Non l'ho fatto di proposito, lo giuro.
Si raccolgono di seguito in ordine sparso gli ascolti che non sono finiti in classifica per poco o che mi sarebbe piaciuto poterci infilare, in qualche modo. Nella sostanza si tratta delle posizioni dalla 11 alla 20. Non credo serva nemmeno specificare che si tratta delle mie scelte tra i (pochi) album che io quest'anno ho ascoltato. Non si pretende affatto che qualcuno le condivida.

11. Band of Horses, Everything All the Time
12. Love Is All, Nine Times That Same Song
13. Isobel Campbell e Mark Lanegan, Ballad of the Broken Seas
14. OMR, Superheroes Crash
15. Yeah Yeah Yeahs, Show Your Bones
16. Matmos, The Rose Has Teeth In The Mouth Of A Beast
17. Liars, Drum's Not Dead
18. Isobel Campbell, Milkwhite Sheets
19. Phoenix, It's Never Been Like That
20. Electric President, Electric President

Tra gli EP premio senza pensarci due volte Time Is Gone del vicentino Acidhead e il debutto dei ravennati Amycanbe. In due EP le due facce di questo duemilasei di completa libertà, riscoperta e perfezione. L'EP di Acidhead può ancora essere scaricato da Dharmasound, la netlabel che l'ha pubblicato; degli Amycanbe è attivo invece un Myspace.
Tra le colonne sonore, categoria troppo spesso ignorata, degna di nota e da queste parti ascoltata e riascoltata è quella di Inside Man - opera di Terence Blanchard, trombettista di fiducia di Spike Lee, che per una delle migliori pellicole dell'anno ha trovato il migliore equilibrio tra New Orleans, Hans Zimmer e Morricone.

Acidhead - Time Is Gone
Amycanbe - Yellow Suit
Terence Blanchard - Frazier's Tour

22 dicembre 2006

In morte del 2006 (#5-#1)

5. Clark, Body Riddle
Clark è come l'ombra del tirannosauro tra le fronde del Jurassic Park di casa Warp, il clone bioingegnerizzato figlio di dieci anni di tecnica e dedizione britannica nel campo della braindance. Un'esperienza di laboratorio. Chris Clark, dopo i suoi primi lavori che hanno accompagnato il revival Warp degli anni duemila, ha amputato il nome di battesimo dalla firma. A livello sonoro, invece, piuttosto che rintanarsi in un minimalismo sordo ha fatto esplodere un'elettronica orchestrale sinuosa e inquieta. Prendendo il titolo come chiave di lettura, Clark ha creato paesaggi frastagliati di percussioni sintetiche e suoni di sogno scavati nella carne viva. Stelle cadenti sulla Monument Valley guidate dal rumore sincopato di Squarepusher e dall'astrattismo di Four Tet.

Clark - Vengeance Drools

4. Hot Chip, The Warning
Non di soli LCD Soundsystem è fatta la vita, non di soli canti tribali generazionali e sguardi oltre il bordo del bicchiere di birra, spalle al muro durante una festa. Mentre James Murphy si dava al jogging la fu next big thing di casa DFA impacchettava in carta colorata dell'electro-pop in bilico tra melodie delicate quasi Morr e i dancefloor indiequalcosa. Il divertimento può essere nella gioia della ripetizione compulsiva e nell'ironia rilassata, nei sorrisi più sornioni, in drum machine scassate e in synth squadrati, in innesti inattesi come se piovesse.

Hot Chip - The Warning

3. The Knife, Silent Shout
L'algido duo svedese, prima del duemilasei, non era algido come i recensori vorrebbero farci credere. Nonostante i fantasmi degli anni Ottanta e le tute acetate Deep Cuts, splendido disco, veniva accolto tiepidamente. Il vibrante distacco, le atmosfere gelide e i suoni alieni devono aver fatto il miracolo. Non che nell'armonia e nei timbri la distanza di Silent Shout dal passato dei Dreijer sia poi notevole, ma quel sovrumano senso di imperscrutabilità, smarrimento e perenne orrore/stupore lo rendono l'equivalente svedese e arboreo del monolito di pietra nera perso nel gelo cosmico.

The Knife - We Share Our Mothers' Health

2. TV On The Radio, Return to Cookie Mountain
L'opera seconda dell'ensemble di Brooklyn galleggiava fino a poco tempo fa nelle posizioni basse della classifica. Sono situazioni in cui un disco può finire per trovarsi, quando lo si maneggia con distacco autoimposto e uno sguardo che si ferma alla confezione. È un disco mediocre, mi dicevo, sicuramente non all'altezza di Desperate Youth, Blood Thirsty Babes ma neppure delle mie più inespresse aspettative, un'involuzione al posto di un'evoluzione. Poi, magnetico com'è il caleidoscopio di doo-wop e distorsioni, ritmiche possenti ed ecletticismo da rocker, ho finito per riascoltarlo e riconoscergli la posizione che merita. Quando non sono solo le orecchie a giudicare ma anche e soprattutto quello che hai dentro, a dispetto della peggiore accoppiata titolo-copertina dell'anno.

TV On The Radio - I Was A Lover

1. Joanna Newsom, Ys
Chiunque ha cercato il modo verbalmente migliore di lapidare Joanna Newsom. Tentare di alzarsi in punta di piedi per guardarla dall'alto in basso e imparare a odiarla può diventare di moda. Si può dire che Ys è pletorico, pomposo, borioso e fuori luogo tra i dischi dell'anno di qualcuno i cui gusti vengono percepiti dall'esterno (e spesso anche dall'interno) come orientati verso suoni più elettronici e climi più cupi. Ma da queste parti Ys lo si è vissuto come una favola raccontata, passivamente, non importa che questa narrasse o suggerisse mercati rinascimentali e povere anime, foglie umide e luci dal cielo, allegorie e mestruazioni. Ogni squittio, ogni corda d'arpa, ogni linea d'archi di un simile capolavoro autocontenuto e autocompiaciuto, al di là dell'apparire pretenzioso, è stato puro incanto.

Joanna Newsom - Emily

21 dicembre 2006

In morte del 2006 (#10-#6)

10. Midlake, The Trials of Van Occupanther
Il disco soft rock più bello e meno ascoltato del duemilasei. Il secondo LP dei Midlake, che avevano alimentato ottime speranze due anni fa dopo Bamnan and Slivercork, è un album che ho visto ridimensionarsi di mese in mese. Se la sua longevità non è messa in dubbio - in fondo è pur sempre in classifica - guardandolo a posteriori risulta essere un album troppo stratificato per essere apprezzato con continuità nel corso di un solo anno. Se i rimandi, che vanno dal rock americano dei 70 ai Grandaddy, fanno di Roscoe la colonna sonora di più di un ricordo del duemilasei, è anche vero che il resto della vaga linea narrativa dell'album è finito presto nel dimenticatoio.

Midlake - Young Bride

9. Sparklehorse, Dreamt for Light Years in the Belly of a Mountain
Il primo segno di vita di Mark Linkous dopo cinque anni di silenzio è stato tanto soddisfacente quanto discontinuo e frammentario (entrambi gli aggettivi in possibili accezioni positive), triste come un tramonto rubato o quella sensazione di essere a un passo dal capire cosa potrebbe voler dire essere felici. Fragile e abissale, anni trascorsi nelle viscere di una montagna impegnati con tutta la mente e tutta l'anima a piangersi addosso, a distorcere la propria visione di sé, a immaginare il mondo come più surreale e poetico di quello che è là fuori. Tra indie rock, melodie pittoriche e chitarre distorte, perché essere ottimisti?

Sparklehorse - See The Light

8. Fumisterie, Kreuze und Krokodile
Uno dei pochi dischi italiani-in-italiano ascoltati quest'anno. La migliore risposta da parte dei Fumisterie alle aspettative che si erano create sul loro conto: se c'è chi ha ascoltato il tuo primo album e l'ha messo da parte, fai di meglio. Ed ecco che i testi allegorici di Kreuze und Krokodile hanno cominciato a riempirmi le giornate, le melodie a essere canticchiate in macchina e ogni raggio di luce nel cielo di Roma che mi ha fatto socchiudere gli occhi ha contenuto i sogni siderei di Marco Sutera e quel continuo senso di pacifico movimento di Kreuze und Krokodile.

Fumisterie - Simboli e segni

7. Fujiya & Miyagi, Transparent Things
Non sono giapponesi ma vogliono esserlo. Hanno voluto sfondare la porta dei ricordi in modo impeccabile ma senza fare rumore, hanno voluto infilarsi nell'ultimo spiraglio di deprimente estate che rimaneva con la testa nell'elettronica e i piedi nel krautrock. Sintesi di Kraftwerk e Can, contemporanei dei Ladytron e del nippofilismo postmoderno, funk e beat rilassati, sinestesie e strumentazione vintage, Fujiya & Miyagi hanno messo alla prova la mia capacità di dare etichette. Ho desistito dal catalogarli, se a qualcuno interessa.

Fujiya & Miyagi - Conductor 71

6. Herbert, Scale
La stima che nutro nei confronti di ogni singolo pseudonimo, personalità, identità di Matthew Herbert mi ha reso immediatamente parziale nei confronti di Scale. La musique concréte nella ricetta del manifesto herbertiano conquista sempre, anche e soprattutto nella forma più ballabile, elettronica, ascoltabile e politicamente impegnata. Si racconta delle situazioni estreme in cui Herbert ha voluto raccogliere campioni e delle sessioni tra Abbey Road e casa sua e di Dani Siciliano, che a braccetto con il suo Matthew continua a regalare quel cantato jazz secco ed efficace - arricchito dalla poco precedente esperienza di Herbert su Ruby Blue. Si racconta, se non sbaglio, di registrazioni sott'acqua e pompe di benzina. Liberi di non crederci. Quello che resta è un disco da notte stellata e riflessi nel buio, amore e arrangiamenti sontuosi.

Herbert - Moving Like a Train

20 dicembre 2006

Astroturfing

Apro di nuovo la casella email dopo diversi giorni di impegno e mal di testa e trovo quello che ha trovato Inkiostro. Il mio non sarà tra i "blog «musicali» più letti in Italia", eppure ho subito pensato quello che lui ha avuto la voglia e il tempo di mettere per iscritto.
Poniamo che questa mail sia la striminzita via di mezzo tra un comunicato stampa e il paradiso dei punti escalamativi, che si riferisce al parlare del disco come all'«operazione», richiede di scriverne subito ma di lasciare le tracce non più di una decina di giorni, e che, soprattutto, svela al suo interno una misera manciata di miseri link a miseri streaming WMA di canzoni miseramente troncate a metà. Poniamo che le tracce volendo siano anche interessanti (niente per cui strapparsi i capelli, però), ma che linkare mezzi streaming su invito di una major non solo non sia nel vostro stile, ma vi sembri persino controproducente per la major stessa, che evidentemente ignora come si promuove un disco in rete nel 2006.

Sul fronte personale prenatalizio la battaglia è stata persa, ma una battaglia non è la guerra. La guerra va avanti è potrebbe ancora essere vinta, dicono. Oppure potrebbe apparire all'orizzonte una qualche forma di armistizio, un compromesso inaccettabile ma accettato. Una proliferazione di Ø e Å in questo blog significherebbe che l'armistizio è stato accettato.

15 dicembre 2006

Sabato sera

Mi segnalano la riapertura di quello che era lo Zero Club, che ora rinasce come Defrag. Questo sabato suoneranno Diuesse e Musashi, ingresso a sottoscrizione libera - consiglio i primi, i secondi non li conosco. Nella prossima serata, in programma per il 23 dicembre, saranno sul palco ancora una volta due gruppi che non suonano esattamente quello che piace a me. Spero che l'anno nuovo porti via le chitarre rumorose e il rock urlato e renda l'ex-Zero il posto che dovrebbe davvero essere. Vorrei indietronica, palloncini, glitch, suoni buffi e la sala prove di cui parlando le leggende.
Qui, qui e qui si erano dette buone cose sullo Zero.
Con buona pace del Defrag, sabato sarò al centro sociale Il Cantiere (Monterotondo) a sentire Zu e Nohaybandatrio. Si arriva dalla Salaria, direzione Rieti, 15 chilometri fuori del raccordo anulare. Ingresso libero a partire dalle 22.

11 dicembre 2006

Hold on



Questo blog prosegue fino a subito prima di Natale la pausa che ha iniziato ormai quasi due settimane fa. Ci sono molte cose in ballo in questo periodo. La carriera universitaria è in ballo sull'orlo di un burrone, in particolare. L'autodisciplina è andata smarrita da tempo, proprio ora che serviva, accidenti. Dovrei cercarmi un nuovo stile di vita che non preveda la mia presenza. (Same here, dude. Same here).
Nella pila dei dischi a cui prestare più attenzione c'è l'EP dei Mauve, gruppo di Verbania all'attivo da un anno che ha da poco registrato le quattro tracce di Sweet noise on the sofa. Quello che non c'è, tra i dischi, è il tempo da dedicargli. Ne riparliamo presto.
Intanto nella casella email è arrivato di nuovo il messaggio autopromozionale di un'ubiqua band new-new wave statunitense, The Grand Marquee. Se quel che trovo nel loro MySpace è troppo rockettaro per i miei gusti, il brano allegato all'email merita un ascolto. Al solito, Ian Curtis è vivo e lotta insieme a noi.

Mauve - Keep Me Warm (5:02)
The Grand Marquee - Perfect (04:45)

Preparandoci per i mixtape e le liste di fine anno, DoCopenaghen interrompe la programmazione ordinaria per proporre un elenco di quelli che sono, a suo parere, i migliori cinquanta video del 2006. Non concordo con buona parte delle assegnazioni delle posizioni in classifica ma c'è pur sempre molto da vedere, se si ha il tempo di farlo.
Non c'entra nulla, ma dalla rassegna stampa dei blog d'oltreoceano è spuntata questa segnalazione a opera di Gorilla vs. Bear di un concerto di Jandek. Dovrebbe essersi tenuto l'altroieri a Indianapolis. Chi c'è stato o ne sa di più racconti a uno che non ama Jandek alla follia ma che adora tuttavia personaggi bizzarri, storie oscure, teorie cospiratorie, fama & anonimato. Aggiornamento: pubblicata pochi minuti fa, una recensione del concerto su Marathonpacks.
Su Daytrotter, questa settimana, quattro brani live di Nina Nastasia più intervista. Dovrei dire che Nina è triste e mi fa stare male anche quando si sta bene e bene quando si sta male, è un pensiero cattivo nei momenti di dolore e un paesaggio desertico in corsa dal finestrino di un treno il resto del tempo, ma no non lo dico. Un biglietto di auguri per Natale anche a Sean Moeller, devo segnarmelo.
Live Loud prosegue indisturbato, ogni giovedì sera. In questi tempi bui, la musica che mi piace si sta trasferendo lì proveniente da un DY sempre più desolato. Tant'è che qui ce n'è poca e lì molta. Una vita fatta di delusioni, musica e solitudine non è sana ma è pur sempre una vita, no? No. A proposito di blog, cerchiamo di essere comprensivi con Inkiostro.
Sul New York Times Magazine di questa settimana 72 idee dall'anno che sta finendo, tanta erudizione random da sfoggiare in tutte le feste del dicembre morente. Per chi può andare alle feste e godersi il dicembre morente.

The Beatles - A Hard Day's Night (2:32)