
Quando da queste parti si sta in silenzio c'è sempre un motivo dietro. C'è sangue e sudore, il confrontarsi con un sé allo specchio e uscirne di regola con le ossa rotte. Anche quando dico qualcosa però c'è un perché. Piccolo, banale e personalissimo, c'è.
Ieri sera al Circolo degli Artisti alla prima serata di Sporco Impossibile post Com.on hanno suonato i due annunciati gruppi ospiti stranieri, Amycanbe e Sant'Antonio Stuntmen, più le due realtà romane giovani per un pubblico giovane, Carpacho e Il dentro e il fuori e il box 84. Se mi sono concesso il lusso di ignorare quasi del tutto i secondi e i quarti - rumore rumore rumore, finto funk e un senso che sfuggiva - ho ascoltato quanto ho potuto Amycanbe e Carpacho. Avevo sentito i Carpacho distrattamente ma abbastanza a lungo, senza fino a poco tempo fa neppure immaginare che potessero essere accolti così anche a nord di Firenze. Oltre la mezzanotte il quartetto capitolino, pur reggendo bene sulle spalle il peso di quella sorta di cazzeggio istituzionale che lo contraddistingue, si è dimostrato forse troppo approssimativo nella resa dal vivo. Nonostante gli intoppi tecnici e i continui richiami al fonico, il teatrino di tastiera, chitarra e trombone ha comunque detto in versione pop, colorata ma arruffata, canticchiabile ma curata nei testi, quel che c'era da dire. In modo paradossalmente più efficace nei momenti melodici che in quelli da parolai rockettari.
Gli Amycanbe, giunti a noi da Ravenna, sul palco primi tra i primi, per me sono stati un'illuminazione. Me, che andavo impreparato, ricco della sola esperienza di un paio di pezzi ascoltati grazie a Polaroid e altri due, forse, su MySpace. Hanno inondato tutto di malinconia e mezzi sorrisi, con la grazia e la melodia dei Belle and Sebastian, una voce morbida ma disciplinata che è punto di incontro tra Isobel Campbell, forse Cat Power, Joanna Newsom e Kazu Makino - quando verso la fine ho sentito in qualche modo l'indie pop toccare il rock in minore più intimo e sensuale dei Blonde Redhead. Due chitarre, voce, una tromba e un clarinetto, elettronica vitale ma discreta per un abbraccio musicale che valeva da solo l'intero biglietto. Per il resto è stato tutto un parlare di MySpace, blog e podcast.
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Serata musicale del
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Involuti più del solito, a cavallo tra sperimentalismo sterile e sincretismo simbolico-musicale, tra musique concrète e purissima incomprensibilità, ho deciso che gli ascolti dedicati agli ultimi Matmos non sono stati sufficienti. L'apparenza di The Rose Has Teeth in the Mouth of a Beast si lega in qualche modo al titolo stesso dell'album, un'apparenza di modernismo vintage da allestimento in un museo d'arte contemporanea, da installazione da osservare da lontano mentre lei si illumina, vibra, emette suoni sintetici dal fondo di un corridoio. Un'apparenza fatta di
Ci sono un paio di decine di album ascoltati e riascoltati in questi ultimi mesi dei quali non ho detto assolutamente nulla, vuoi per pudore o per semplice dimenticanza. Di Sondre Lerche non ho mai parlato, che ricordi; mai e poi mai, se non per fare bella figura con qualche norvegese - uno dei pochi atti di piccola vanità che ricordo di essermi concesso, o che possa permettermi. Lasciato nel 2002 come compositore di gioiellini pop, Sondre Lerche è ricomparso nella prima parte di quest'anno in veste di crooner bambino con le sue Duper Sessions. Con il piglio di quello che ha studiato e con il Faces Down Quartet che provvede agli accompagnamenti e all'atmosfera, sobri e discreti come in Two Way Monologue seppur diversi, quello che se non ho sbagliato i conti è ormai un 23enne si diletta a mettere insieme una bella raccolta di melodie molto più jazz di qualsiasi cosa ci si sarebbe potuti aspettare dal ragazzo. Conservando nel disco la propria vena pop le affianca, dosandolo magistralmente, il contributo di arrangiamenti profondamente innovativi, per quanto sono vecchio stile, studi puliti e bene illuminati, qualcuno che ride, capelli scompigliati e fotografie in bianco e nero. Non è troppo paradossale che riescano meglio i brani originali che i rifacimenti di Cole Porter o Elvis Costello, per non parlare di Nightingales dei Prefab Sprout. È un disco molto tirato a lucido e per questo lontano dalla perfezione. Non sazia ma solleva lo spirito, è un modo essenziale e forse ingenuo di comunicare amore e meraviglia. In fondo quello che dovrebbe fare tutta la musica.

Da aggiungere alla lista dei concerti persi o non visti, in quella zona in cui il confine tra le due categorie va assottigliandosi, ci sono Antony e Charles Atlas martedì sera all'Auditorium e Langhorne Slim ieri alla Locanda Atlantide. C'è un intero catalogo di concerti persi che segna una persona quasi più di quelli a cui si è stati.