domenica, novembre 11, 2007

Duepuntozero

Da oggi sono di là: desperateyouth.tumblr.com.

giovedì, marzo 08, 2007

Back to mine



C'è tanto di quel nuovo in giro e nell'aria, nonostante il clima monsonico, che faccio fatica a scriverne, pensarne, in apparenza anche solo badarci. Ancora più difficile è selezionare, definire priorità, crearsi nuove classifiche mentali temporanee ogni due giorni. Per compensare basta ricordare che tra i vari fantasmi del passato stanno per tornare i Massive Attack e forse, come si favoleggia da anni, perfino i Portishead. I primi, come annunciato lo scorso anno, faranno seguire Weather Underground a quel criptico mezzo insuccesso che è stato 100th Window - ne parla NME (via Wittgenstein). Sempre come annunciato, oltre ai soliti Horace Andy e Liz Fraser, saranno ospiti Damon Albarn (già sul palco del benefit per lo tsunami del 2005) e Tunde Adebimpe. Storia più incerta invece quella dei Portishead, come racconta eMpTV, tornati dopo il Roseland nel '98, dopo Out of Season, dopo il Crisis In Asia, dopo Requiem for Anna con una breve esibizione estemporanea in un pub-ristorante di Bristol.

Questo blog si prende una pausa di durata indeterminata. Tornerò a comprare dischi con una certa regolarità e a sentirli con più passione; l'atto di protesta che sto conducendo contro prezzi e orari delle notti musicali romane dovrebbe garantirmi discreti fondi, se è vero che il Circolo degli Artisti e gli altri sono costosi come sostengo. Riprenderò anche a giocare con i suoni, a scrivere cose, a disegnarne molte altre. Il blog potrebbe tornare in vita in ogni momento ma non ci sono garanzie.

venerdì, marzo 02, 2007

And Moz said: "I fell in love with the City"

Alla fine lunedì sera non sono entrato alla Casa del Jazz. I biglietti sono finiti poco prima che arrivassi, una piccola folla ne chiedeva ancora pressata nella libreria. Mi è dispiaciuto tanto. La serata si è conclusa bevendo a San Lorenzo e maledicendo Wally. "Silenzio, cittadino: non lamentarti. C'è l'Auditorium". L'Auditorium con il suo milione di posti, dove non si può entrare per via dei prezzi, e la Casa del Jazz con i suoi prezzi popolari, dove non si può entrare per via del numero di posti. Così imparo a sfogliare le liste dei concerti a inizio mese e a prenotare per tempo.
Poveri sindaci di Roma, bistrattati e incompresi dai miseri studentelli, dai cittadini medi, dagli hipster bighelloni. Poveri sindaci, che si rivolgono al pubblico racchiuso dall'abbraccio della ZTL, il pubblico dei gipponi radical-chic. Pensa anche al fu sindaco di Roma, ora vicepresidente del Consiglio. Segnala Leibniz, a sua volta via Camillo, questo video in cui er sor Francesco invita - implora - i turisti stranieri che sognano di visitare l'Italia. Tremendamente imbarazzante anche per gli italiani più scafati.
A proposito di Auditorium, chi è interessato si affretti a prenotare i posti per segnare sull'agenda il Festival della Matematica che si terrà dal 15 al 18 marzo. Ci sono troppe medaglie Fields e Nobel e bastonatori di Zichichi in un contesto troppo romano, perché le aspettative possano essere soddisfatte. Si è ottimisti, comunque.

lunedì, febbraio 26, 2007

Franco D'Andrea alla Casa del Jazz

Intravisto questa mattina in uno di quei quotidiani gratuiti che spesso hanno più da offrire all'umanità come carta da macero che come spazi pubblicitari, ho letto che Franco D'Andrea suonerà stasera alla Casa del Jazz. Quintetto senza contrabbasso, con Fabrizio Bosso alla tromba. È un po' tardi per accorgermene ma cerco di condividere la notizia, finché sono in tempo.
Ore 21, 5 euro.

domenica, febbraio 25, 2007

If you rescue me, I'll be your friend, forever



Se la prima volta era toccato a The Eternal Sunshine of the Spotless Mind nella versione italiana, ora il pensiero di andare a vedere L'arte del sogno piuttosto che La scienza del sonno fa guardare dall'alto in basso con un sorrisino (seppur totalmente disilluso) quel brutto The science of sleep che so essere il titolo anglofono. Niente a che vedere comunque con La Science des rêves, che nel suo essere francese e sognante e con le cuciture a vista è l'anima stessa del film, per quanto di scientifico ci sia assai poco - ed è un gran bene.
Non sono andato solo, a vederlo. Ad ogni modo, se mi chiedessi com'è, risponderei: fa un male da morire. Molto più del bimbo vestito da cowboy e poi la pioggia e tutto il resto in quelle sequenze, in The Eternal Sunshine. Ché The Eternal Sunshine era due film in uno, il primo fatto di calore sotto le coperte e il secondo, quello del furgone nella notte e la moglie di Tom Wilkinson, fatto di anime a pezzi nel mondo reale. La scienza del sogno invece è unico e coeso, bello ugualmente se non di più e molto, molto più doloroso se visto con gli occhi di quel perdente sonnambulo che sono.
L'ho visto solo venerdì sera. Ma per quel che riguarda Gondry, questa volta un Michel Gondry che fa tutto da sé e in casa, non è importante arrivare presto ma arrivare, felici e col fiato corto ma arrivare. Il cinema non era affollato e San Lorenzo, prima e dopo la proiezione, era un buon contorno. A proposito, i minuti passati ad arrovellarci persi nel nostro database mnemonico sono stati inutili. Sono dovuto tornare a casa e cercare per capire che quella canzone che nel film suonano vestiti da gatti non è altro che After Hours dei Velvet Underground con un testo diverso.

Gael García Bernal, Sacha Bourdo, Alain Chabat and Aurelia Petit - If You Rescue Me (2:50)
Jean-Michel Bernard - Robinet Cellophane (1:27)

mercoledì, febbraio 21, 2007

Non fatevi prendere dal panico



C'è qualcosa di radicalmente sbagliato nel fatto che indossi una maglietta a maniche corte a fine febbraio. Non so cosa, con precisione, ma qualcosa dev'esserci. Rientrando a casa - che non è propriamente casa, anche questa un'altra storia - sentivo dall'autoradio gracchiare con rinnovato fervore contro politici e politicanti. Paese di porte antipanico murate dall'esterno, l'invidia di chi il potere non ce l'ha che si fa opposizione ideologica mutevole e arlecchina. Sono alla saturazione, come qualcosa che sia troppo carico o troppo stufo di ritrovarsi scarico troppo a lungo. Attendo che la catena di domino di tre, quattro obiettivi neanche troppo considerevoli cada, prima di salire su un aereo e scommettere del denaro contro lo spedizioniere che volerà altrove i miei scatoloni. Ma io sto alla vita come Boogie sta alla scrittura, secondo Richler: uno scrittore di successo che non ha mai scritto una sola riga.
Se c'è una cosa di cui parlo solo con chi ho una certa confidenza è lo spirito con cui sto prendendo questi ultimi anni. Come De Niro, se appena oltre l'angolo c'è qualcosa che non va bisogna essere pronti ad abbandonare in trenta secondi. Filosofia apparentemente inapplicabile in un periodo in cui i miei incubi e il continuo dormiveglia rendono priva di interesse la visione di Lynch; ma non così tanto inapplicabile, credimi.
Non mi spaventa il dormiveglia, quell'andare in giro a maniche corte in un febbraio hopefully preatomico con nelle orecchie degli auricolari di un iPod in cui non dovrebbero esserci i dischi nuovi di Blonde Redhead, Modest Mouse e Arcade Fire - poiché sono anticonformista anche io, come tutti gli altri. Il massimo dell'attività sovversiva tracciabile che mi permetto è essere cliente senza godimento alcuno del multisala BitTorrent, un paio di sere a settimana. Mangio male e ho fame tre volte al giorno. Non mi spaventa quello. Mille ottuagenari in cerchio con i valletti che svuotano i pappagalli, con rispetto, per carità, possono inventare terroristi e piscine a forma di hot dog per le loro ville ma a nessuno mettono paura. Mi conforta il ricordo di un ex-mio-amico ufficiale di marina, che una notte alle tre pretese fossi in piedi per scaldarmi il cuore con il marziale pensiero dei nostri figli e fratelli impegnati perché potessi riposare senza l'artiglieria nemica a martellare su quella casa e quel tratto di scogliera pugliese. Alfonso Cuaron non mi spaventa, non mi spaventi Alfonso, e non fa presa neanche Michael Caine che imita Lennon da vecchio. È qualcos'altro che temo ed è un pensiero. È soltanto buffo, buffo come un feto mutante o un tumore in un posto insolito, il pensiero che tra una settimana sarà tutto di nuovo in ordine, quietato, sedato, l'agnello in tavola la domenica dopo la messa e poi tutti allo stadio. La vedova di nero velata griderà: giustizia, ma secondo lo stereotipo della provincia italiana, becera e terrona, è quello che le vedove devono fare. Piangere i morti. Che in un paese di quarantenni è un qualcosa che porta via del tempo. Sia il belpaese provinciale. Piuttosto che guadagnarsi la fiducia meglio cambiare di nuovo la legge elettorale. Piuttosto che essere al passo col resto dell'universo meglio farci amare la provincia. Ché ci sono le biciclette e i salumi, in provincia, i cadaveri nei granai, i tradimenti alla luce del sole, le vecchie rosso tramonto, gli spaventapasseri. E nessun volo in partenza per Stoccolma.

domenica, febbraio 18, 2007

Reverse Engineering + Acidhead @ Defrag







Nonostante i 500 chilometri tra Roma e Vicenza, i problemi tecnici, i ritardi e uno scontro con una jeep della protezione civile per il sottoscritto nel pomeriggio, venerdì sera Reverse Engineering e Acidhead hanno suonato al Defrag, Roma nord-est, potenziale club modello nel mezzo del nulla. Il Defrag ha tanta strada ancora da fare, e in salita, ma due band come quelle che ne hanno calcato il palco due giorni fa sono state il migliore inizio.
Sopra alcune foto scattate da Damiano nel corso della serata. Ci si vede di nuovo da quelle parti, spero presto, spero più numerosi, spero senza contrattempi, mancanze e jeep.

Reverse Engineering - Dub Spencer Must Die [Licht aus, 16/02/2007] (4:37)

mercoledì, febbraio 07, 2007

Si spengano le luci



Ho conosciuto Acidhead con Time Is Gone, un EP che nel bene e nel male ha segnato attraverso tutto il duemilasei tanti miei certi momenti di sconforto e passione, energia feroce e noncurante smarrimento. Oltre a decine di altre lezioni, ho imparato a mettere da parte quella che a volte era passiva indifferenza e molte altre attivo pregiudizio verso le produzioni italiane. Ho imparato ad amare di nuovo dei suoni che avevo etichettato come vecchi e stereotipati. E alla fine di tutto ho guadagnato una serie di lievissimi sensi di colpa e un ottimo EP - oltre a un incidentale ascolto del primo disco di Acidhead, anteriore all'EP, che immeritevolmente rimane chiuso in un cassetto.
Ho trovato i Reverse Engineering quasi un anno fa, li ho seguiti praticamente solo attraverso MySpace per diverso tempo e incontrati dal vivo da pochissimo. Io, che dopotutto mi entusiasmo difficilmente, li scoperti strepitosi, così perfettamente fedeli alla linea del Bristol sound più caldo, dub e rock al tempo stesso.
Damiano e io siamo riusciti a portare Acidhead e Reverse Engineering a suonare nel corso della stessa serata, chi per la prima volta a Roma chi forse per l'ultima. Il concerto si terrà venerdì 16 febbraio. Seguirà un mio inutile dj set. Ci saremo tutti.

Acidhead + Reverse Engineering, venerdì 16 febbraio, 22:00
Defrag, via Isole Curzolane 75, Roma

Acidhead - High (5:33)
Reverse Engineering - Bad Boy Bubby (2.48)

domenica, febbraio 04, 2007

Avanti con quegli estintori

Del Circolo degli Artisti non si può dire male perché: è vecchio, celebre e ha amici influenti; tutto accade al Circolo; anche se la birra è pessima e costosissima c'è chi la beve, anche se il posto è pessimo e costosissimo c'è chi per sentire due note è costretto a frequentarlo; pur essendo io sopra i 6 piedi, fatto che rende quindi il mio giudizio totalmente irrilevante, devo riconoscere che un elemento da salvare c'è ed è la visuale del palco, se si ha la premura di arrivare per tempo e aprirsi a gomitate la strada fino alle prime file. Inoltre, da non trascurare come stavo per fare, ciò che rende davvero unico il Circolo è la sua ineguagliabile capacità di peggiorare settimana dopo settimana quando, il sabato precedente, sembrava avesse già toccato il fondo.
Bob Corn non c'era, per la cronaca. Al suo posto un ragazzotto dal cantato a tratti incomprensibile le cui canzoni, quasi toccanti sopra il baccano della cafonissima folla, andavano dal triste ma ritmico al molto triste e lento. I Giardini di Mirò sono stati perfetti, meravigliosi, portatori di un suono pienissimo e ricco di riverberi vecchi e nuovi nel canonico set troppo corto. Ma il bilancio della serata, iniziata a gomitate da linea A del métro, proseguita a gomitate e terminata con quindici minuti di gomitate per comprare due dischi (con un risparmio di unopuntocinque euro sul singolo disco rispetto al prezzo del negozio), è stato troppo negativo perché abbia senso parlarne.
La prossima volta Jukka, Corrado, Mirko, voi che siete davanti, portate delle manichette per le azioni antisommossa o pretendete che, in un sabato sera qualsiasi, possa entrare solo chi ha sentito almeno Punk... not diet. Alle famiglie da sfamare ci penserà l'urbano e attentissimo pubblico di un'altra città che non sia Roma.

Giardini di Mirò - When you were a postcard (7:31)
Giardini di Mirò - Cold Perfection (5:01)

venerdì, febbraio 02, 2007

Salvati salvami salviamoli

Martedì mattina al Verano c'era un bel traffico, al di là dei soliti autobus, NCC e killer car - watch out for the killer cars! L'ESC, nella sostanza, è lo spazio in cui transitano le correnti d'aria che entrano dal retro dell'ESC ed escono dalla sua entrata principale. Sopra l'ESC c'è il tetto dell'ESC e sulle sue pareti stencil di Sten e manifesti grigi e tubature. Pur insofferente per l'ambiente dei centri sociali, come idea e non come realtà tangibile, nell'ESC ci ho creduto parecchio. È stato un posto in cui ho messo piede ben più di una volta, l'ultima in occasione dell'STFU, avendo la cura di abbandonarlo prima dell'arrivo dei fisiologici gruppetti di punkabbestia delle ore piccole. Martedì l'ESC-spazio-occupato è stato sgomberato. Immagino l'urgente bisogno di legalità in via dei Reti, mentre il suk di via de Lollis resta dov'è indisturbato e le macchine assassine stirano i pedoni tutt'intorno - yes, the killer cars! Magnifica zona, quella il cui policlinico ha un obitorio che fa schifo perfino ai cadaveri; dev'essere per questo che è chiuso da tempo.
Immagino il diritto del proprietario di rivendicare la proprietà dell'ex laboratorio che ospita l'ESC, nello stesso modo in cui un medio essere umano rivendica in nome di un impellente bisogno la proprietà della propria appendice, dei propri denti del giudizio o del proprio coccige. Ma la potente mano di Wally è scesa dal cielo a redimere gli oppressi e interrompere la diaspora dei poveri compagni. Quindi, domenica sera, i Reverse Engineering dovrebbero suonare. Viva Wally.

* Giardini di Mirò, sabato 3 febbraio, Circolo degli Artisti (10 euro)
* Reverse Engineering, domenica 4, ESC
* Califone + Micah P. Hinson, giovedì 8, Circolo degli Artisti (12 euro, accidenti a voi)
* Grimoon, giovedì 15, Rialto-Sant'Ambrogio
* Acidhead + Reverse Engineering, venerdì 16, Defrag

giovedì, febbraio 01, 2007

But everyone knows it's goin' still

Mi segnalano che domani sera David Byrne riunirà alla Carnegie Hall una insolitamente significativa schiera di folk-rocker postmoderni. Gli anni '00 sono il decennio postmoderno, il subprodotto di ambizioni millenaristiche estratte dal forno già fredde; uno stato dell'anima stretto tra quel moncherino di epoca storica che sono stati i '90 e un futuro che, se futuro ci sarà, sarà prevedibilmente peggio del qui-e-ora.
Se Adem è un musicista e una persona squisita, le CocoRosie mi hanno stancato e Devendra Banhart no non è un genio. È il decennio del folk-rock, in qualche modo, dicono lo sia. Ad averlo immaginato prima. Tante tendenze spentesi nel giro di un lustro solo per lasciare spazio ai Vetiver. O a. Ad averlo immaginato prima avrei fatto di tutto per arrivarci pronto. Mi sarei lasciato crescere i capelli, avrei imparato a suonare bene la chitarra e a gettarmi nudo nella sterpaglia. (Invece metto ancora maglioni neri a collo alto, cerco di organizzare concerti e soffro di depressione). Torno subito.
Aggiornamento. 3quarksdaily sulla serata alla Carnegie Hall.

sabato, gennaio 27, 2007

E anch'io non mi sento molto bene

Questo blog ormai anche come cadavere è quasi morto. Si avvicina tremendamente a essere un ex-blog. Nella tradizione del bollettino periodico, quello che segue periodi di inspiegabile e intenso silenzio, credo abbia il dovere di dare almeno un'idea di quello che è successo - o non successo, ancora più grave a volte - negli ultimi tempi. E dunque, ultimamente, ho ripreso a studiare; in una cena alla birreria Peroni sono stato uno dei due-su-nove a non bere Coca-Cola; ho smesso di mettere i dischi il giovedì; sono stato prossimo a sentirmi in colpa per Desperate Youth; sono stato molto meno triste ma ho anche sorriso molto di meno, quasi per niente, discreto segnale di autocontrollo e mancanza di illusioni.
Stasera Bugo. Ritornerò a condividere ritagli e consigli da quattro soldi con regolarità tra breve. Proprio quando, con un tempismo che potrebbe essere a sua volta inspiegabile ma non lo è, alcune cose cominceranno a muoversi dalle parti del Defrag.

venerdì, gennaio 12, 2007

06 per chi chiama da fuori

Perché il duemilasette sia meglio dello zerosei.
* Plaid feat. Bob + Gescom + Lory D, venerdì 12 gennaio, Brancaleone
* Virginiana Miller, venerdì 12, Alpheus
* Shine, venerdì 12, Linux (ingresso libero)
* Micecars + Turnpike Glow, sabato 13, Circolo degli Artisti (ingresso libero)
* Dixon, sabato 20, Brancaleone
* Sodastream + Nathalie + Zeitlet + Filippo Gatti, domenica 21, Circolo degli Artisti
* Califone, giovedì 8 febbraio, Circolo degli Artisti
* Junior Boys, sabato 3 marzo, Circolo degli Artisti
* Ladytron, sabato 24 marzo, Circolo degli Artisti
* !!!, giovedì 29 marzo, Circolo degli Artisti

mercoledì, gennaio 10, 2007

STFU 07

Mi segnalano i tre giorni dell'STFU 2007, ospitati dall'ESC di San Lorenzo (via dei Reti 15, due passi dal Verano). Da mercoledì 25 gennaio a sabato 27 si alterneranno proiezioni, liveset e showcase che ruotano attorno alla realtà della musica fatta con i laptop, del glitch e dell'elettronica in senso lato. Si comincia con un pomeriggio dedicato a tre incontri su Max/MSP ed estensioni (fisiche e virtuali) e si prosegue al ritmo di cinque set per sera con nomi locali e internazionali.
Roma non è Londra o Berlino ma questo è comunque un passo avanti, in una qualche direzione, non so quale. San Lorenzo non è un'area di buio traslucido ed espressioni immobili nel chiarore dei laptop, di coolness e altri concetti lontani dalla provinciale romanità. Spero però lo stesso che l'STFU faccia la sua figura. Tutta free music, copyleft, no profit - ci siamo capiti. Siateci.
Qui il volantino con il programma.

È il 2007 quella luce sugli occhi la mattina al mio risveglio?

Non sono scomparso, rapito, bendato e disorientato e vagante a tentoni cercando di capire cosa stia succedendo. Quasi, ma per conservare un'ombra di onestà quel non d'esordio è d'obbligo. Sono stato fuori dal mondo per un po'. Ho perso buona parte delle classifiche di fine anno, dei baci sotto al vischio e del vomito al mattino del primo gennaio. Ho perso il freddo dell'inverno, così come l'ha perso Roma. Maglione e maniche corte, dischi ignoti nell'iPod e la voglia di rimettere le lancette sullo zero.



Vedo che dell'ultimo gioiellino dei Giardini di Mirò ha parlato con competenza e passione Inkiostro. Da queste parti il rapporto con la lunga coda del post-rock è stato abbastanza travagliato. L'ho vissuto nascosto in un angolo, preso in giro per quello che il rock spaziale e almeno superficialmente cerebrale ha rappresentato e, in parte, smesso di essere. Tentato di essere con risultati ottimi e pessimi. Stancato di essere.
Questi sono anni di capovolgimenti lenti ma inesorabili. Di miscele e contaminazioni spontanee che neanche te ne accorgi, per quanto funzionano. Dividing Opinions è un disco che molti che conosco finiranno per snobbare, godersi per un po' e mettere forzatamente da parte, per quanto svolga bene quel lavoro bello e maledetto a cui ci si dedica in massa ora, quella ricerca della grande unificazione che fonda indietronica e post-rock, shoegazing e suoni vecchiotti. È un disco diverso e, non che non lo sperassi, all'ascolto più vicino alla band emiliana di altre cose che ho sentito negli anni tra Punk... Not Diet! e il duemilasette.
È un album così completo nella sua trasversalità che anche i remix di Broken By suonano bene in parallelo all'album o perfino indipendentemente dai GDM stessi.

Broken By [Acidhead Rmx] (5:00)
Broken By [Fabryka Rmx] (3:06)
Broken By [Mickey eats plastic Rmx] (4:14)



Già citati di sfuggita prima delle feste, i Mauve hanno pubblicato nel duemilasei Sweet noise on the sofa, trenta minuti di EP che dà un assaggio delle possibilità e delle atmosfere di questo terzetto di Verbania chitarra, batteria e glockenspiel. C'è una voce, andante e tornante, a definire i volumi della deliziosa Keep Me Warm, ma la presa emotiva è totalmente affidata ai chiaroscuri di chitarre di un post-rock desaturato che delinea paesaggi interiori e sentimentali. I rimandi, seppure non espliciti e non stretti al punto da definire una triade ispirazionale, sono a Mono, Calla e Sonic Youth, senza però che questo possa trattenermi dal pensare per l'ennesima volta anche ai My Bloody Valentine. L'attitudine da rocker delicati c'è tutta, con tutte le vie tortuose del caso, il rumore che sembra portare lontano e le luminose quieti dopo la tempesta. I numeri ci sono, in quelle quattro tracce, ma pur sempre i numeri percepibili attraverso quattro sole tracce. Occorre osare di più. Merito da riconoscere, Sweet noise on the sofa è godibilissimo e tiene fede al suo titolo. Poche sono le melodie più adatte a due corpi tiepidi stretti su un divano sotto la pioggia nel mattino in cui il mondo deve finire per ricominciare da zero.

Mauve - Keep Me Warm (5:02)

domenica, dicembre 24, 2006

Il resto del duemilasei

Avevo espresso il mio totale dissenso dalle scelte espresse dai redattori di Pitchfork, specialmente per quel che riguardava le prime posizioni. Poi, dopo aver pubblicato le mie scelte, la stessa persona con cui si malignava su Pitchfork mi ha fatto notare che i miei primi tre dischi dell'anno sono gli stessi scelti dai tipi col forcone. In un ordine diverso ma pur sempre gli stessi. Non l'ho fatto di proposito, lo giuro.
Si raccolgono di seguito in ordine sparso gli ascolti che non sono finiti in classifica per poco o che mi sarebbe piaciuto poterci infilare, in qualche modo. Nella sostanza si tratta delle posizioni dalla 11 alla 20. Non credo serva nemmeno specificare che si tratta delle mie scelte tra i (pochi) album che io quest'anno ho ascoltato. Non si pretende affatto che qualcuno le condivida.

11. Band of Horses, Everything All the Time
12. Love Is All, Nine Times That Same Song
13. Isobel Campbell e Mark Lanegan, Ballad of the Broken Seas
14. OMR, Superheroes Crash
15. Yeah Yeah Yeahs, Show Your Bones
16. Matmos, The Rose Has Teeth In The Mouth Of A Beast
17. Liars, Drum's Not Dead
18. Isobel Campbell, Milkwhite Sheets
19. Phoenix, It's Never Been Like That
20. Electric President, Electric President

Tra gli EP premio senza pensarci due volte Time Is Gone del vicentino Acidhead e il debutto dei ravennati Amycanbe. In due EP le due facce di questo duemilasei di completa libertà, riscoperta e perfezione. L'EP di Acidhead può ancora essere scaricato da Dharmasound, la netlabel che l'ha pubblicato; degli Amycanbe è attivo invece un Myspace.
Tra le colonne sonore, categoria troppo spesso ignorata, degna di nota e da queste parti ascoltata e riascoltata è quella di Inside Man - opera di Terence Blanchard, trombettista di fiducia di Spike Lee, che per una delle migliori pellicole dell'anno ha trovato il migliore equilibrio tra New Orleans, Hans Zimmer e Morricone.

Acidhead - Time Is Gone
Amycanbe - Yellow Suit
Terence Blanchard - Frazier's Tour

venerdì, dicembre 22, 2006

In morte del 2006 (#5-#1)

5. Clark, Body Riddle
Clark è come l'ombra del tirannosauro tra le fronde del Jurassic Park di casa Warp, il clone bioingegnerizzato figlio di dieci anni di tecnica e dedizione britannica nel campo della braindance. Un'esperienza di laboratorio. Chris Clark, dopo i suoi primi lavori che hanno accompagnato il revival Warp degli anni duemila, ha amputato il nome di battesimo dalla firma. A livello sonoro, invece, piuttosto che rintanarsi in un minimalismo sordo ha fatto esplodere un'elettronica orchestrale sinuosa e inquieta. Prendendo il titolo come chiave di lettura, Clark ha creato paesaggi frastagliati di percussioni sintetiche e suoni di sogno scavati nella carne viva. Stelle cadenti sulla Monument Valley guidate dal rumore sincopato di Squarepusher e dall'astrattismo di Four Tet.

Clark - Vengeance Drools

4. Hot Chip, The Warning
Non di soli LCD Soundsystem è fatta la vita, non di soli canti tribali generazionali e sguardi oltre il bordo del bicchiere di birra, spalle al muro durante una festa. Mentre James Murphy si dava al jogging la fu next big thing di casa DFA impacchettava in carta colorata dell'electro-pop in bilico tra melodie delicate quasi Morr e i dancefloor indiequalcosa. Il divertimento può essere nella gioia della ripetizione compulsiva e nell'ironia rilassata, nei sorrisi più sornioni, in drum machine scassate e in synth squadrati, in innesti inattesi come se piovesse.

Hot Chip - The Warning

3. The Knife, Silent Shout
L'algido duo svedese, prima del duemilasei, non era algido come i recensori vorrebbero farci credere. Nonostante i fantasmi degli anni Ottanta e le tute acetate Deep Cuts, splendido disco, veniva accolto tiepidamente. Il vibrante distacco, le atmosfere gelide e i suoni alieni devono aver fatto il miracolo. Non che nell'armonia e nei timbri la distanza di Silent Shout dal passato dei Dreijer sia poi notevole, ma quel sovrumano senso di imperscrutabilità, smarrimento e perenne orrore/stupore lo rendono l'equivalente svedese e arboreo del monolito di pietra nera perso nel gelo cosmico.

The Knife - We Share Our Mothers' Health

2. TV On The Radio, Return to Cookie Mountain
L'opera seconda dell'ensemble di Brooklyn galleggiava fino a poco tempo fa nelle posizioni basse della classifica. Sono situazioni in cui un disco può finire per trovarsi, quando lo si maneggia con distacco autoimposto e uno sguardo che si ferma alla confezione. È un disco mediocre, mi dicevo, sicuramente non all'altezza di Desperate Youth, Blood Thirsty Babes ma neppure delle mie più inespresse aspettative, un'involuzione al posto di un'evoluzione. Poi, magnetico com'è il caleidoscopio di doo-wop e distorsioni, ritmiche possenti ed ecletticismo da rocker, ho finito per riascoltarlo e riconoscergli la posizione che merita. Quando non sono solo le orecchie a giudicare ma anche e soprattutto quello che hai dentro, a dispetto della peggiore accoppiata titolo-copertina dell'anno.

TV On The Radio - I Was A Lover

1. Joanna Newsom, Ys
Chiunque ha cercato il modo verbalmente migliore di lapidare Joanna Newsom. Tentare di alzarsi in punta di piedi per guardarla dall'alto in basso e imparare a odiarla può diventare di moda. Si può dire che Ys è pletorico, pomposo, borioso e fuori luogo tra i dischi dell'anno di qualcuno i cui gusti vengono percepiti dall'esterno (e spesso anche dall'interno) come orientati verso suoni più elettronici e climi più cupi. Ma da queste parti Ys lo si è vissuto come una favola raccontata, passivamente, non importa che questa narrasse o suggerisse mercati rinascimentali e povere anime, foglie umide e luci dal cielo, allegorie e mestruazioni. Ogni squittio, ogni corda d'arpa, ogni linea d'archi di un simile capolavoro autocontenuto e autocompiaciuto, al di là dell'apparire pretenzioso, è stato puro incanto.

Joanna Newsom - Emily