Duepuntozero
Da oggi sono di là: desperateyouth.tumblr.com.

Alla fine lunedì sera non sono entrato alla Casa del Jazz. I biglietti sono finiti poco prima che arrivassi, una piccola folla ne chiedeva ancora pressata nella libreria. Mi è dispiaciuto tanto. La serata si è conclusa bevendo a San Lorenzo e maledicendo Wally. "Silenzio, cittadino: non lamentarti. C'è l'Auditorium". L'Auditorium con il suo milione di posti, dove non si può entrare per via dei prezzi, e la Casa del Jazz con i suoi prezzi popolari, dove non si può entrare per via del numero di posti. Così imparo a sfogliare le liste dei concerti a inizio mese e a prenotare per tempo.
Del Circolo degli Artisti non si può dire male perché: è vecchio, celebre e ha amici influenti; tutto accade al Circolo; anche se la birra è pessima e costosissima c'è chi la beve, anche se il posto è pessimo e costosissimo c'è chi per sentire due note è costretto a frequentarlo; pur essendo io sopra i 6 piedi, fatto che rende quindi il mio giudizio totalmente irrilevante, devo riconoscere che un elemento da salvare c'è ed è la visuale del palco, se si ha la premura di arrivare per tempo e aprirsi a gomitate la strada fino alle prime file. Inoltre, da non trascurare come stavo per fare, ciò che rende davvero unico il Circolo è la sua ineguagliabile capacità di peggiorare settimana dopo settimana quando, il sabato precedente, sembrava avesse già toccato il fondo.
Martedì mattina al Verano c'era un bel traffico, al di là dei soliti autobus, NCC e killer car - watch out for the killer cars! L'ESC, nella sostanza, è lo spazio in cui transitano le correnti d'aria che entrano dal retro dell'ESC ed escono dalla sua entrata principale. Sopra l'ESC c'è il tetto dell'ESC e sulle sue pareti stencil di Sten e manifesti grigi e tubature. Pur insofferente per l'ambiente dei centri sociali, come idea e non come realtà tangibile, nell'ESC ci ho creduto parecchio. È stato un posto in cui ho messo piede ben più di una volta, l'ultima in occasione dell'STFU, avendo la cura di abbandonarlo prima dell'arrivo dei fisiologici gruppetti di punkabbestia delle ore piccole. Martedì l'ESC-spazio-occupato è stato sgomberato. Immagino l'urgente bisogno di legalità in via dei Reti, mentre il suk di via de Lollis resta dov'è indisturbato e le macchine assassine stirano i pedoni tutt'intorno - yes, the killer cars! Magnifica zona, quella il cui policlinico ha un obitorio che fa schifo perfino ai cadaveri; dev'essere per questo che è chiuso da tempo.
Mi segnalano che domani sera David Byrne riunirà alla Carnegie Hall una insolitamente significativa schiera di folk-rocker postmoderni. Gli anni '00 sono il decennio postmoderno, il subprodotto di ambizioni millenaristiche estratte dal forno già fredde; uno stato dell'anima stretto tra quel moncherino di epoca storica che sono stati i '90 e un futuro che, se futuro ci sarà, sarà prevedibilmente peggio del qui-e-ora.
Questo blog ormai anche come cadavere è quasi morto. Si avvicina tremendamente a essere un ex-blog. Nella tradizione del bollettino periodico, quello che segue periodi di inspiegabile e intenso silenzio, credo abbia il dovere di dare almeno un'idea di quello che è successo - o non successo, ancora più grave a volte - negli ultimi tempi. E dunque, ultimamente, ho ripreso a studiare; in una cena alla birreria Peroni sono stato uno dei due-su-nove a non bere Coca-Cola; ho smesso di mettere i dischi il giovedì; sono stato prossimo a sentirmi in colpa per Desperate Youth; sono stato molto meno triste ma ho anche sorriso molto di meno, quasi per niente, discreto segnale di autocontrollo e mancanza di illusioni.
Perché il duemilasette sia meglio dello zerosei.
Mi segnalano i tre giorni dell'STFU 2007, ospitati dall'ESC di San Lorenzo (via dei Reti 15, due passi dal Verano). Da mercoledì 25 gennaio a sabato 27 si alterneranno proiezioni, liveset e showcase che ruotano attorno alla realtà della musica fatta con i laptop, del glitch e dell'elettronica in senso lato. Si comincia con un pomeriggio dedicato a tre incontri su Max/MSP ed estensioni (fisiche e virtuali) e si prosegue al ritmo di cinque set per sera con nomi locali e internazionali.

11. Band of Horses, Everything All the Time
Tra gli EP premio senza pensarci due volte Time Is Gone del vicentino Acidhead e il debutto dei ravennati Amycanbe. In due EP le due facce di questo duemilasei di completa libertà, riscoperta e perfezione. L'EP di Acidhead può ancora essere scaricato da Dharmasound, la netlabel che l'ha pubblicato; degli Amycanbe è attivo invece un Myspace.
Clark è come l'ombra del tirannosauro tra le fronde del Jurassic Park di casa Warp, il clone bioingegnerizzato figlio di dieci anni di tecnica e dedizione britannica nel campo della braindance. Un'esperienza di laboratorio. Chris Clark, dopo i suoi primi lavori che hanno accompagnato il revival Warp degli anni duemila, ha amputato il nome di battesimo dalla firma. A livello sonoro, invece, piuttosto che rintanarsi in un minimalismo sordo ha fatto esplodere un'elettronica orchestrale sinuosa e inquieta. Prendendo il titolo come chiave di lettura, Clark ha creato paesaggi frastagliati di percussioni sintetiche e suoni di sogno scavati nella carne viva. Stelle cadenti sulla Monument Valley guidate dal rumore sincopato di Squarepusher e dall'astrattismo di Four Tet.
Non di soli LCD Soundsystem è fatta la vita, non di soli canti tribali generazionali e sguardi oltre il bordo del bicchiere di birra, spalle al muro durante una festa. Mentre James Murphy si dava al jogging la fu next big thing di casa DFA impacchettava in carta colorata dell'electro-pop in bilico tra melodie delicate quasi Morr e i dancefloor indiequalcosa. Il divertimento può essere nella gioia della ripetizione compulsiva e nell'ironia rilassata, nei sorrisi più sornioni, in drum machine scassate e in synth squadrati, in innesti inattesi come se piovesse.
L'algido duo svedese, prima del duemilasei, non era algido come i recensori vorrebbero farci credere. Nonostante i fantasmi degli anni Ottanta e le tute acetate Deep Cuts, splendido disco, veniva accolto tiepidamente. Il vibrante distacco, le atmosfere gelide e i suoni alieni devono aver fatto il miracolo. Non che nell'armonia e nei timbri la distanza di Silent Shout dal passato dei Dreijer sia poi notevole, ma quel sovrumano senso di imperscrutabilità, smarrimento e perenne orrore/stupore lo rendono l'equivalente svedese e arboreo del monolito di pietra nera perso nel gelo cosmico.
L'opera seconda dell'ensemble di Brooklyn galleggiava fino a poco tempo fa nelle posizioni basse della classifica. Sono situazioni in cui un disco può finire per trovarsi, quando lo si maneggia con distacco autoimposto e uno sguardo che si ferma alla confezione. È un disco mediocre, mi dicevo, sicuramente non all'altezza di Desperate Youth, Blood Thirsty Babes ma neppure delle mie più inespresse aspettative, un'involuzione al posto di un'evoluzione. Poi, magnetico com'è il caleidoscopio di doo-wop e distorsioni, ritmiche possenti ed ecletticismo da rocker, ho finito per riascoltarlo e riconoscergli la posizione che merita. Quando non sono solo le orecchie a giudicare ma anche e soprattutto quello che hai dentro, a dispetto della peggiore accoppiata titolo-copertina dell'anno.
Chiunque ha cercato il modo verbalmente migliore di lapidare Joanna Newsom. Tentare di alzarsi in punta di piedi per guardarla dall'alto in basso e imparare a odiarla può diventare di moda. Si può dire che Ys è pletorico, pomposo, borioso e fuori luogo tra i dischi dell'anno di qualcuno i cui gusti vengono percepiti dall'esterno (e spesso anche dall'interno) come orientati verso suoni più elettronici e climi più cupi. Ma da queste parti Ys lo si è vissuto come una favola raccontata, passivamente, non importa che questa narrasse o suggerisse mercati rinascimentali e povere anime, foglie umide e luci dal cielo, allegorie e mestruazioni. Ogni squittio, ogni corda d'arpa, ogni linea d'archi di un simile capolavoro autocontenuto e autocompiaciuto, al di là dell'apparire pretenzioso, è stato puro incanto.