11 novembre 2007

Duepuntozero

Da oggi sono di là: desperateyouth.tumblr.com.

8 marzo 2007

Back to mine



C'è tanto di quel nuovo in giro e nell'aria, nonostante il clima monsonico, che faccio fatica a scriverne, pensarne, in apparenza anche solo badarci. Ancora più difficile è selezionare, definire priorità, crearsi nuove classifiche mentali temporanee ogni due giorni. Per compensare basta ricordare che tra i vari fantasmi del passato stanno per tornare i Massive Attack e forse, come si favoleggia da anni, perfino i Portishead. I primi, come annunciato lo scorso anno, faranno seguire Weather Underground a quel criptico mezzo insuccesso che è stato 100th Window - ne parla NME (via Wittgenstein). Sempre come annunciato, oltre ai soliti Horace Andy e Liz Fraser, saranno ospiti Damon Albarn (già sul palco del benefit per lo tsunami del 2005) e Tunde Adebimpe. Storia più incerta invece quella dei Portishead, come racconta eMpTV, tornati dopo il Roseland nel '98, dopo Out of Season, dopo il Crisis In Asia, dopo Requiem for Anna con una breve esibizione estemporanea in un pub-ristorante di Bristol.

Questo blog si prende una pausa di durata indeterminata. Tornerò a comprare dischi con una certa regolarità e a sentirli con più passione; l'atto di protesta che sto conducendo contro prezzi e orari delle notti musicali romane dovrebbe garantirmi discreti fondi, se è vero che il Circolo degli Artisti e gli altri sono costosi come sostengo. Riprenderò anche a giocare con i suoni, a scrivere cose, a disegnarne molte altre. Il blog potrebbe tornare in vita in ogni momento ma non ci sono garanzie.

2 marzo 2007

And Moz said: "I fell in love with the City"

Alla fine lunedì sera non sono entrato alla Casa del Jazz. I biglietti sono finiti poco prima che arrivassi, una piccola folla ne chiedeva ancora pressata nella libreria. Mi è dispiaciuto tanto. La serata si è conclusa bevendo a San Lorenzo e maledicendo Wally. "Silenzio, cittadino: non lamentarti. C'è l'Auditorium". L'Auditorium con il suo milione di posti, dove non si può entrare per via dei prezzi, e la Casa del Jazz con i suoi prezzi popolari, dove non si può entrare per via del numero di posti. Così imparo a sfogliare le liste dei concerti a inizio mese e a prenotare per tempo.
Poveri sindaci di Roma, bistrattati e incompresi dai miseri studentelli, dai cittadini medi, dagli hipster bighelloni. Poveri sindaci, che si rivolgono al pubblico racchiuso dall'abbraccio della ZTL, il pubblico dei gipponi radical-chic. Pensa anche al fu sindaco di Roma, ora vicepresidente del Consiglio. Segnala Leibniz, a sua volta via Camillo, questo video in cui er sor Francesco invita - implora - i turisti stranieri che sognano di visitare l'Italia. Tremendamente imbarazzante anche per gli italiani più scafati.
A proposito di Auditorium, chi è interessato si affretti a prenotare i posti per segnare sull'agenda il Festival della Matematica che si terrà dal 15 al 18 marzo. Ci sono troppe medaglie Fields e Nobel e bastonatori di Zichichi in un contesto troppo romano, perché le aspettative possano essere soddisfatte. Si è ottimisti, comunque.

26 febbraio 2007

Franco D'Andrea alla Casa del Jazz

Intravisto questa mattina in uno di quei quotidiani gratuiti che spesso hanno più da offrire all'umanità come carta da macero che come spazi pubblicitari, ho letto che Franco D'Andrea suonerà stasera alla Casa del Jazz. Quintetto senza contrabbasso, con Fabrizio Bosso alla tromba. È un po' tardi per accorgermene ma cerco di condividere la notizia, finché sono in tempo.
Ore 21, 5 euro.

25 febbraio 2007

If you rescue me, I'll be your friend, forever



Se la prima volta era toccato a The Eternal Sunshine of the Spotless Mind nella versione italiana, ora il pensiero di andare a vedere L'arte del sogno piuttosto che La scienza del sonno fa guardare dall'alto in basso con un sorrisino (seppur totalmente disilluso) quel brutto The science of sleep che so essere il titolo anglofono. Niente a che vedere comunque con La Science des rêves, che nel suo essere francese e sognante e con le cuciture a vista è l'anima stessa del film, per quanto di scientifico ci sia assai poco - ed è un gran bene.
Non sono andato solo, a vederlo. Ad ogni modo, se mi chiedessi com'è, risponderei: fa un male da morire. Molto più del bimbo vestito da cowboy e poi la pioggia e tutto il resto in quelle sequenze, in The Eternal Sunshine. Ché The Eternal Sunshine era due film in uno, il primo fatto di calore sotto le coperte e il secondo, quello del furgone nella notte e la moglie di Tom Wilkinson, fatto di anime a pezzi nel mondo reale. La scienza del sogno invece è unico e coeso, bello ugualmente se non di più e molto, molto più doloroso se visto con gli occhi di quel perdente sonnambulo che sono.
L'ho visto solo venerdì sera. Ma per quel che riguarda Gondry, questa volta un Michel Gondry che fa tutto da sé e in casa, non è importante arrivare presto ma arrivare, felici e col fiato corto ma arrivare. Il cinema non era affollato e San Lorenzo, prima e dopo la proiezione, era un buon contorno. A proposito, i minuti passati ad arrovellarci persi nel nostro database mnemonico sono stati inutili. Sono dovuto tornare a casa e cercare per capire che quella canzone che nel film suonano vestiti da gatti non è altro che After Hours dei Velvet Underground con un testo diverso.

Gael García Bernal, Sacha Bourdo, Alain Chabat and Aurelia Petit - If You Rescue Me (2:50)
Jean-Michel Bernard - Robinet Cellophane (1:27)

21 febbraio 2007

Non fatevi prendere dal panico



C'è qualcosa di radicalmente sbagliato nel fatto che indossi una maglietta a maniche corte a fine febbraio. Non so cosa, con precisione, ma qualcosa dev'esserci. Rientrando a casa - che non è propriamente casa, anche questa un'altra storia - sentivo dall'autoradio gracchiare con rinnovato fervore contro politici e politicanti. Paese di porte antipanico murate dall'esterno, l'invidia di chi il potere non ce l'ha che si fa opposizione ideologica mutevole e arlecchina. Sono alla saturazione, come qualcosa che sia troppo carico o troppo stufo di ritrovarsi scarico troppo a lungo. Attendo che la catena di domino di tre, quattro obiettivi neanche troppo considerevoli cada, prima di salire su un aereo e scommettere del denaro contro lo spedizioniere che volerà altrove i miei scatoloni. Ma io sto alla vita come Boogie sta alla scrittura, secondo Richler: uno scrittore di successo che non ha mai scritto una sola riga.
Se c'è una cosa di cui parlo solo con chi ho una certa confidenza è lo spirito con cui sto prendendo questi ultimi anni. Come De Niro, se appena oltre l'angolo c'è qualcosa che non va bisogna essere pronti ad abbandonare in trenta secondi. Filosofia apparentemente inapplicabile in un periodo in cui i miei incubi e il continuo dormiveglia rendono priva di interesse la visione di Lynch; ma non così tanto inapplicabile, credimi.
Non mi spaventa il dormiveglia, quell'andare in giro a maniche corte in un febbraio hopefully preatomico con nelle orecchie degli auricolari di un iPod in cui non dovrebbero esserci i dischi nuovi di Blonde Redhead, Modest Mouse e Arcade Fire - poiché sono anticonformista anche io, come tutti gli altri. Il massimo dell'attività sovversiva tracciabile che mi permetto è essere cliente senza godimento alcuno del multisala BitTorrent, un paio di sere a settimana. Mangio male e ho fame tre volte al giorno. Non mi spaventa quello. Mille ottuagenari in cerchio con i valletti che svuotano i pappagalli, con rispetto, per carità, possono inventare terroristi e piscine a forma di hot dog per le loro ville ma a nessuno mettono paura. Mi conforta il ricordo di un ex-mio-amico ufficiale di marina, che una notte alle tre pretese fossi in piedi per scaldarmi il cuore con il marziale pensiero dei nostri figli e fratelli impegnati perché potessi riposare senza l'artiglieria nemica a martellare su quella casa e quel tratto di scogliera pugliese. Alfonso Cuaron non mi spaventa, non mi spaventi Alfonso, e non fa presa neanche Michael Caine che imita Lennon da vecchio. È qualcos'altro che temo ed è un pensiero. È soltanto buffo, buffo come un feto mutante o un tumore in un posto insolito, il pensiero che tra una settimana sarà tutto di nuovo in ordine, quietato, sedato, l'agnello in tavola la domenica dopo la messa e poi tutti allo stadio. La vedova di nero velata griderà: giustizia, ma secondo lo stereotipo della provincia italiana, becera e terrona, è quello che le vedove devono fare. Piangere i morti. Che in un paese di quarantenni è un qualcosa che porta via del tempo. Sia il belpaese provinciale. Piuttosto che guadagnarsi la fiducia meglio cambiare di nuovo la legge elettorale. Piuttosto che essere al passo col resto dell'universo meglio farci amare la provincia. Ché ci sono le biciclette e i salumi, in provincia, i cadaveri nei granai, i tradimenti alla luce del sole, le vecchie rosso tramonto, gli spaventapasseri. E nessun volo in partenza per Stoccolma.

18 febbraio 2007

Reverse Engineering + Acidhead @ Defrag







Nonostante i 500 chilometri tra Roma e Vicenza, i problemi tecnici, i ritardi e uno scontro con una jeep della protezione civile per il sottoscritto nel pomeriggio, venerdì sera Reverse Engineering e Acidhead hanno suonato al Defrag, Roma nord-est, potenziale club modello nel mezzo del nulla. Il Defrag ha tanta strada ancora da fare, e in salita, ma due band come quelle che ne hanno calcato il palco due giorni fa sono state il migliore inizio.
Sopra alcune foto scattate da Damiano nel corso della serata. Ci si vede di nuovo da quelle parti, spero presto, spero più numerosi, spero senza contrattempi, mancanze e jeep.

Reverse Engineering - Dub Spencer Must Die [Licht aus, 16/02/2007] (4:37)

7 febbraio 2007

Si spengano le luci



Ho conosciuto Acidhead con Time Is Gone, un EP che nel bene e nel male ha segnato attraverso tutto il duemilasei tanti miei certi momenti di sconforto e passione, energia feroce e noncurante smarrimento. Oltre a decine di altre lezioni, ho imparato a mettere da parte quella che a volte era passiva indifferenza e molte altre attivo pregiudizio verso le produzioni italiane. Ho imparato ad amare di nuovo dei suoni che avevo etichettato come vecchi e stereotipati. E alla fine di tutto ho guadagnato una serie di lievissimi sensi di colpa e un ottimo EP - oltre a un incidentale ascolto del primo disco di Acidhead, anteriore all'EP, che immeritatamente rimane chiuso in un cassetto.
Ho trovato i Reverse Engineering quasi un anno fa, li ho seguiti praticamente solo attraverso MySpace per diverso tempo e incontrati dal vivo da pochissimo. Io, che dopotutto mi entusiasmo difficilmente, li scoperti strepitosi, così perfettamente fedeli alla linea del Bristol sound più caldo, dub e rock al tempo stesso.
Damiano e io siamo riusciti a portare Acidhead e Reverse Engineering a suonare nel corso della stessa serata, chi per la prima volta a Roma chi forse per l'ultima. Il concerto si terrà venerdì 16 febbraio. Seguirà un mio inutile dj set. Ci saremo tutti.

Acidhead + Reverse Engineering, venerdì 16 febbraio, 22:00
Defrag, via Isole Curzolane 75, Roma

Acidhead - High (5:33)
Reverse Engineering - Bad Boy Bubby (2.48)

4 febbraio 2007

Avanti con quegli estintori

Del Circolo degli Artisti non si può dire male perché: è vecchio, celebre e ha amici influenti; tutto accade al Circolo; anche se la birra è pessima e costosissima c'è chi la beve, anche se il posto è pessimo e costosissimo c'è chi per sentire due note è costretto a frequentarlo; pur essendo io sopra i 6 piedi, fatto che rende quindi il mio giudizio totalmente irrilevante, devo riconoscere che un elemento da salvare c'è ed è la visuale del palco, se si ha la premura di arrivare per tempo e aprirsi a gomitate la strada fino alle prime file. Inoltre, da non trascurare come stavo per fare, ciò che rende davvero unico il Circolo è la sua ineguagliabile capacità di peggiorare settimana dopo settimana quando, il sabato precedente, sembrava avesse già toccato il fondo.
Bob Corn non c'era, per la cronaca. Al suo posto un ragazzotto dal cantato a tratti incomprensibile le cui canzoni, quasi toccanti sopra il baccano della cafonissima folla, andavano dal triste ma ritmico al molto triste e lento. I Giardini di Mirò sono stati perfetti, meravigliosi, portatori di un suono pienissimo e ricco di riverberi vecchi e nuovi nel canonico set troppo corto. Ma il bilancio della serata, iniziata a gomitate da linea A del métro, proseguita a gomitate e terminata con quindici minuti di gomitate per comprare due dischi (con un risparmio di unopuntocinque euro sul singolo disco rispetto al prezzo del negozio), è stato troppo negativo perché abbia senso parlarne.
La prossima volta Jukka, Corrado, Mirko, voi che siete davanti, portate delle manichette per le azioni antisommossa o pretendete che, in un sabato sera qualsiasi, possa entrare solo chi ha sentito almeno Punk... not diet. Alle famiglie da sfamare ci penserà l'urbano e attentissimo pubblico di un'altra città che non sia Roma.

Giardini di Mirò - When you were a postcard (7:31)
Giardini di Mirò - Cold Perfection (5:01)

2 febbraio 2007

Salvati salvami salviamoli

Martedì mattina al Verano c'era un bel traffico, al di là dei soliti autobus, NCC e killer car - watch out for the killer cars! L'ESC, nella sostanza, è lo spazio in cui transitano le correnti d'aria che entrano dal retro dell'ESC ed escono dalla sua entrata principale. Sopra l'ESC c'è il tetto dell'ESC e sulle sue pareti stencil di Sten e manifesti grigi e tubature. Pur insofferente per l'ambiente dei centri sociali, come idea e non come realtà tangibile, nell'ESC ci ho creduto parecchio. È stato un posto in cui ho messo piede ben più di una volta, l'ultima in occasione dell'STFU, avendo la cura di abbandonarlo prima dell'arrivo dei fisiologici gruppetti di punkabbestia delle ore piccole. Martedì l'ESC-spazio-occupato è stato sgomberato. Immagino l'urgente bisogno di legalità in via dei Reti, mentre il suk di via de Lollis resta dov'è indisturbato e le macchine assassine stirano i pedoni tutt'intorno - yes, the killer cars! Magnifica zona, quella il cui policlinico ha un obitorio che fa schifo perfino ai cadaveri; dev'essere per questo che è chiuso da tempo.
Immagino il diritto del proprietario di rivendicare la proprietà dell'ex laboratorio che ospita l'ESC, nello stesso modo in cui un medio essere umano rivendica in nome di un impellente bisogno la proprietà della propria appendice, dei propri denti del giudizio o del proprio coccige. Ma la potente mano di Wally è scesa dal cielo a redimere gli oppressi e interrompere la diaspora dei poveri compagni. Quindi, domenica sera, i Reverse Engineering dovrebbero suonare. Viva Wally.

* Giardini di Mirò, sabato 3 febbraio, Circolo degli Artisti (10 euro)
* Reverse Engineering, domenica 4, ESC
* Califone + Micah P. Hinson, giovedì 8, Circolo degli Artisti (12 euro, accidenti a voi)
* Grimoon, giovedì 15, Rialto-Sant'Ambrogio
* Acidhead + Reverse Engineering, venerdì 16, Defrag